Ci risiamo. Ancora una volta, aprendo il giornale, possiamo leggere delle dichiarazioni contrarie alle restrizioni e complessità burocratiche a cui vanno incontro i tifosi di tutta Italia nel momento in cui decidono di acquistare un biglietto per recarsi allo stadio. Nei giorni scorsi abbiamo portato alla vostra attenzione le parole di Abodi (presidente di Lega Calcio Serie B) e Del Bue (ex deputato al parlamento, oggi assessore allo sport di Reggio Emilia): parole di condanna, le loro, verso la tessera del tifoso. Ora è il turno di Giovanni Malagò, presidente del CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano). Il numero uno dello sport italiano, il rappresentate massimo del governo sportivo del nostro paese, non usa tanti giri di parole, anzi. A voi le sue dichiarazioni a margine dell’incontro, svoltasi a Roma, intitolato “Tremenda voglia di vivere day”:
”I biglietti nominativi? Bisogna far sì che in un paese civile chi vuole andare allo stadio con suo figlio non debba avere tutte le complessità burocratiche che esistono. Questo non vuol dire che dobbiamo tornare a non sapere chi entra negli stadi, ma tutte queste restrizioni e complessità devono finire. Si è voluto fare un provvedimento in un momento in cui c’erano oggettivamente molte difficoltà. E, non so se necessariamente, si è passati da un estremo all’altro. Adesso secondo me non può essere che questa regola vada avanti all’infinito. Si sposa in pieno con il mio auspicio che più prima che poi si riesca a chiudere la partita sulla legge sugli impianti .Con gli stadi nuovi, tutto questo quasi automaticamente si risolve”.
L’impalcatura di controllo messa in piedi dalle istituzioni è stata per anni criticata e attaccata civilmente dal mondo ultras. Ora però, a muovere critiche verso quest’ultima, sono anche normali cittadini, giornalisti, rappresentati delle istituzioni sportive, politici, addirittura rappresentanti delle forze dell’ordine, manca solo il Papa a pensarci bene. (Dai Fra!). Ci chiediamo, con un pizzico di rabbia, quanto ancora dovremmo aspettare prima che si passi dalle semplici parole ai fatti concreti. Siamo tutti d’accordo che è arrivata l’ora di voltare pagina? Giusto? Bene, allora facciamolo, senza se e senza ma. D’altronde, siamo o non siamo in un “paese civile”?
